Il dialetto, la lingua poetica di Giovanni Scarale

 

Sono particolarmente affezionato allo Scarale della prima fase, quella che nelle semplificazioni antologiche potrebbe dirsi giovanile.

Mi riferisco alle tre raccolte in dialetto che, per prossimità temporale, soluzioni stilistiche e continuità narrativa, illustrano un originale quadro poetico.

In Sciure de roccia (1961), La tarra mia (1963) e Sôtta l’ulme (1968), il dialetto diventa lingua letteraria, proiettandosi oltre gli esauriti rituali della poesia popolare, procedendo oltre gli sterili artifici di una certa poesia otto-novecentesca ed interpretando perciò i nuovi e moderni statuti della poesia contemporanea.

La scrittura in dialetto acquista la sua fisionomia e si propone quale efficace e raffinato codice letterario solo rivivendo in un casuale ovunque geografico: come per tanti scrittori di quell’epoca, non suoni curioso il fatto che Scarale, preso da un’incontrollabile quanto cosciente presbiopia linguistica, concepisca e componga queste poesie durante la permanenza tra la Svizzera e Milano. Lontano dalla sua San Giovanni Rotondo.

Con le raccolte di quegli anni, Scarale, grazie ad una lingua antica e moderna al tempo stesso, manifesta l’urgenza di interpretare la crisi di secolari archetipi antropologici, avendo inoltre piena consapevolezza di un mondo ancora presente ma che va ineluttabilmente disfacendosi: l’olmo (come pure le statue piangenti dei santi; i vecchi, disperatamente afoni; i genitori, custodi discreti della civiltà del silenzio) è il segno infatti del «mondo che sprofonda», per utilizzare un’espressione cara a Ernesto De Martino.

Questa, concentrata tra il 1961 e il 1968, è una fondamentale fase poetica, dicevo all’inizio, tanto da apparirmi come lo zenit dell’intero e peraltro suo lungo percorso di poeta: proprio qui, Scarale è riuscito ad orientare il patrimonio dialettale verso ambiti simbolisti, ad incardinare pertanto la dimensione dialettale negli stilemi della poesia contemporanea.

Certo, egli ha prefigurato preziose coordinate poetiche, ma ha offerto anche altrettanto valide prospettive storiche: con le «sillabe intense» dei suoi versi, Scarale regala a noi una grammatica che possa far recuperare, o almeno far conoscere, il senso ed il valore della nostra civiltà.

Una grammatica che possa consentire, a tutti noi, di essere, magari, finalmente e ragionevolmente civili.

 

Michele Notarangelo