Un ricordo

SOTTO L’OLMO DEI PENSIERI

 

Ripesco nella mia memoria di tredicenne, su una vecchia (ma preziosa) agenda, segni di una traccia che rimandano a una delle mie prime letture organiche quando, sfogliando Sotta l’ulme di Giovanni Scarale, riscrivevo alcune note e schiettamente ricopiavo qualche componimento che mi colpì particolarmente. Ritrovo quel testo nella biblioteca “storica dell’ II.SS.” di S. Marco in Lamis in cui Scarale era stato anche docente, e leggo, con qualche emozione, la dedica di pugno del poeta: porta la data del 13 settembre 1968 (il testo: Edizioni dello Sperone, era fresco di stampa, appena del luglio ’68)  e recita: «Al Liceo-ginnasio “Pietro Giannone” (…) questo lavoro che vide nascere”» indicando così, e volendo fermare nel tempo, la genesi di un suo poetare che, in vernacolo, aveva visto già, rispettivamente nel 1961 e nel 1963 prima imprimere Sciure de roccia (Ed. L’Arcangelo) e poi La Tarra mia (Ed. Amici di S. Francesco) che fanno presagire i futuri sviluppi della “poetica” dello Scarale.   Ma, ahimè quel mondo che amavamo (imperfetto) da adolescenti è ormai, quasi del tutto, scomparso. Non c’è più quella generazione; mentre la nostra, forse, tende a occultarsi dietro certo sviluppo tecnologico. Muoiono così anche i poeti che sono immortali nel respiro del vento e dei loro versi (…io quello /infinito silenzio a questa voce /vo comparando: e mi sovvien l'eterno, /e le morte stagioni, e la presente /e viva, e il suon di lei…) e il Maestro Pasquale Soccio sdrammatizzando, forse volendo esorcizzare la morte amava dire, scherzando: siamo sempre di meno…sempre di meno uomini che udendo lo stormire delle fronde degli alberi ammiccano alla libertà (Uomo donna, sia o no della mia terra, fratello sorella nella libertà tuttodì pugnalata), al coraggio (che oggi manca?), alla pace. Così ritrovo, ripensandoci, quelle pagine e l’olmo della piazza, dell’agorà, nella quale Scarale voleva rifugiarsi per pensare a testa alta nel suo linguaggio; perché il nostro era stato un linguaggio muto, fatto di silenzi, di sguardi, di semplici saluti ogni volta che c’incontravamo fino a quel Rusconi-libri che lo consacrò definitivamente cantore di Padre Pio (coll. Gente nel tempo, ed. 1997) prima padre, nell’accezione più comune del termine, e poi santo. Inutile dire che quel sospiro di vento, quell’alito di freddo pungente proveniente dal nord, nel suo duplice significato, non escluso quello di donna dal mutevole carattere, di quella  voria (Uomo o donna, sia o no della terra, dove l’erica si ostina alla bora) che noi sentiamo ancora soffiare, d’ottobre, tra queste pietre a cui Giovanni Scarale affidava, imperterrito, le sue Parole (in una lingua misteriosa, segno di una gente millenaria, divenuta erica vento pietra), parole che, a mio avviso, oggi a consuntivo, vanno approfondite e riguardate in modo esaustivo-impegnativo per scoprire l’intera miniera (non a caso) costituita dalle opere di Scarale, di un amico che, non so quanto profeticamente, provava una gioia potente nell’ “avè n’amiche cu nu core d’àngiule /e cu n’occhie che quanne tu lu vide/ te stennerica la faccia de piacère (non c’è una gioia più potente – che avere un amico con un cuore d’angelo – e con certi occhi che quando li vedi – ti spiana la faccia di piacere – cfr.: La gioia cchiù forzosa da: Sotta l’ulme, p. 83)”. E, quindi, mi piace pensare che, paradossalmente, a Giovanni sarebbe piaciuta la modalità della sua dipartita: il triduo della sofferenza, prima di scendere agl’inferi e poi risalire nella gloria della resurrezione, anche perché, ricordandolo durante la veglia pasquale, il celebrante riferiva che, l’allora Presidente Usl Scarale, aveva voluto e con determinatezza ottenuto che presso il nosocomio sammarchese ci fosse l’attuale Cappella, una Chiesetta più o meno capiente che potesse alleviare le sofferenze di chi vi si recava a pregare….e di tanti operatori sanitari che ancor oggi lo ricordano “mite e generoso, un poeta vero” nella sua autentica ispirazione. E, allora, gli affido pochi versi che ho vergato durante la cerimonia d’addio: Questo aprile traditore, /col suo incerto sole, /ce l’ha divorato tutto il cuore /e ci ha lasciati /orfani /senza primavera /in attesa, /con le madri avidamente /alluttate, di speranza… E se qualcuno volesse raccoglierne il testimone, io ne son certo, lo troverà nella primavera di Pozzocavo tra quei chiuppi di fiori giallastri o violacei (bocche di lupo?) che adornano il verde prato della Speranza, ancora una volta speranza di rinascita del nostro Gargano, di cui Giovanni Scarale sapeva cogliere i sussulti più intimi e artistici.

                                                                                          Matteo Coco